Anna e Alessandro

Anna e Alessandro: una madre e suo figlio

Anna è la madre, Alessandro è il figlio. Insieme raccontano un percorso scolastico e di vita fatto di impegno, traguardi e ostacoli: la storia di un ragazzo che ha frequentato la scuola per anni e di una madre che non ha mai smesso di lottare perché quel percorso venisse riconosciuto.

La loro storia

Anna e Alessandro

Ci sono giorni in cui mi domando se essere madre e insegnante sia stata una fortuna o una prova che la vita ha scelto di affidarmi. Poi guardo mio figlio e penso ai miei ragazzi a scuola e capisco che, forse, non avrei potuto essere una cosa senza essere anche l'altra.

Sono la mamma di Ale. E sono un'insegnante.

Due ruoli che per tanto tempo ho cercato di tenere distinti, come se fosse possibile lasciare i sentimenti fuori dalla porta di una scuola e le preoccupazioni di una madre fuori dalla porta di un'aula. Ma non ci sono riuscita. E oggi non credo nemmeno di volerci riuscire.

Ale mi ha insegnato a guardare il mondo da un'altra prospettiva. Mi ha insegnato che i tempi non sono uguali per tutti, che un piccolo passo può nascondere una conquista enorme, che dietro una difficoltà esiste sempre una persona intera, con desideri, capacità, sensibilità e possibilità che non sempre gli altri riescono a vedere.

Ho imparato a riconoscere i suoi progressi, anche quelli che non fanno rumore. Ho imparato che certe conquiste non si misurano con un voto, non entrano in una pagella e non trovano facilmente posto in una certificazione. Eppure sono conquiste vere. A volte sono le più importanti.

Vorrei per lui un mondo che non gli chiedesse continuamente di dimostrare di essere all'altezza di qualcosa, ma che si interrogasse sulle opportunità che è capace di offrirgli. Vorrei che potesse terminare il suo percorso scolastico con un diploma, accompagnato dal riconoscimento concreto di ciò che ha imparato, delle competenze che ha sviluppato e della strada che ha percorso.

Non perché voglia nascondere le sue difficoltà. Non perché desideri un riconoscimento regalato. Ma perché conosco il valore del suo impegno. E so quanto sia ingiusto che una persona venga raccontata soltanto attraverso ciò che non è riuscita a fare.

Poi entro in classe.

E lì ritrovo qualcosa di Ale in tanti dei miei ragazzi. Non perché siano tutti uguali, ma perché ognuno porta con sé una storia, un modo di apprendere, una fragilità, una forza che qualche volta rimane nascosta dietro un comportamento, una difficoltà, un silenzio o un risultato scolastico deludente.

Ci sono ragazzi che hanno bisogno di più tempo, altri di parole diverse, altri ancora di qualcuno che sappia aspettarli senza rinunciare a credere in loro.

E io provo a fare questo: esserci.

Non sempre ci riesco come vorrei. Non sempre ho la risposta giusta, la pazienza infinita o la soluzione pronta. Ma cerco di non dimenticare mai che davanti a me non ho un voto, un fascicolo, una diagnosi, un PEI o un problema da risolvere. Ho un ragazzo.

Un ragazzo che vuole essere visto, ascoltato, riconosciuto. Che magari non lo dice, che qualche volta si difende dietro un sorriso, una battuta, una provocazione o un apparente disinteresse. Ma che, come tutti, desidera sapere di avere un posto nel mondo.

I miei ragazzi mi hanno insegnato tanto quanto io ho cercato di insegnare loro. Mi hanno ricordato che educare non significa soltanto trasmettere conoscenze, ma accompagnare le persone a scoprire ciò che possono diventare.

E allora mi sono accorta che la madre di Ale e l'insegnante che sono non sono due persone diverse. Sono la stessa donna, con lo stesso desiderio: che nessun ragazzo venga definito dai propri limiti e che nessuno debba sentirsi meno degno perché il suo percorso è diverso.

Questa campagna nasce anche da qui.

Nasce dalle mattine in cui accompagno mio figlio verso il suo futuro e da quelle in cui entro a scuola per accompagnare il futuro di altri ragazzi. Nasce dalle soddisfazioni, dalle domande, dalle battaglie silenziose, dalle piccole vittorie e anche da quella rabbia che qualche volta arriva quando ci si accorge che le regole non sempre riescono a restituire la complessità delle persone.

Non chiedo che si cancellino le differenze. Chiedo che si smetta di trasformarle in disuguaglianze.

Chiedo che ogni studente possa concludere il proprio percorso scolastico con un diploma e che, insieme a quel diploma, ci sia una certificazione seria, individuale e concreta delle competenze realmente acquisite. Un documento capace di raccontare ciò che quel ragazzo sa, sa fare, ha imparato e può ancora imparare. Qualcosa che possa accompagnarlo nella formazione, nel lavoro e nella vita.

Perché non voglio che Ale debba essere guardato con compassione. Voglio che sia guardato con rispetto. Non voglio che gli vengano riconosciuti meriti per la sua condizione, ma che gli vengano riconosciuti i meriti per ciò che è e per ciò che costruisce.

E lo stesso desidero per i miei ragazzi.

Forse è questo il punto in cui la mia storia personale smette di essere soltanto mia e diventa una questione collettiva.

Perché quando un ragazzo rimane ai margini, non perde soltanto lui. Perde qualcosa anche la società. Perdiamo competenze, energie, idee, possibilità di lavoro, relazioni, partecipazione. Perdiamo persone che potrebbero contribuire, ciascuna a modo proprio, alla crescita del Paese.

Io non voglio un mondo che faccia sconti ai miei ragazzi. Voglio un mondo che dia loro opportunità vere.

Non voglio una scuola che si limiti a certificare ciò che manca. Voglio una scuola capace di riconoscere ciò che c'è, coltivarlo e renderlo spendibile nella vita.

Sono la mamma di Ale. Sono un'insegnante. E forse proprio per questo non riesco più a considerare questa battaglia una questione privata.

La porto con me quando guardo mio figlio, quando incontro i miei studenti, quando ascolto una famiglia, quando penso al futuro di un ragazzo che ancora non conosco.

Non chiedo privilegi. Chiedo riconoscimento.

Per Ale, per i miei ragazzi, per tutti quelli che verranno.

Perché un figlio non è un attestato. Un ragazzo non è il risultato di una prova. Una persona non è la somma dei suoi limiti.

Anna, madre di Alessandro e insegnante

E io, finché avrò voce, continuerò a ricordarlo.

I video

Anna e Alessandro raccontano

Work in progress

In questa sezione troveranno spazio i video che raccontano la storia di Anna e di suo figlio Alessandro. Stiamo preparando i contenuti: gli spazi qui sotto sono già pronti ad accoglierli e verranno via via completati.

Video in arrivo

La loro storia

Il racconto di madre e figlio, dall'impegno quotidiano alle difficoltà incontrate lungo il percorso scolastico di Alessandro.

Video in arrivo

La voce di Anna

Una madre che racconta in prima persona cosa significa vedere il percorso di un figlio non pienamente riconosciuto.

Video in arrivo

La voce di Alessandro

Un ragazzo che parla del proprio percorso, dei propri desideri e di cosa chiede per il proprio futuro.

La storia di Anna e di suo figlio Alessandro è una delle tante voci di questa battaglia. Ogni esperienza condivisa aiuta a cambiare lo sguardo sulle disabilità e sul diritto all'istruzione.

Firma anche tu: nessun figlio è un attestato, ogni figlio è una persona con il proprio valore, i propri desideri e il proprio futuro.